Chiamata
C’è un
rombo
Un
sordo rullo di tamburo
Che
avanza all’alba dal fondo
Delle
metropoli;
senza trombe né squilli
dilaga
il lungo
scalpiccio;lente,
pesanti,
al suo
scuro clamore
inalto
si schiudono
le
paleprebe grevi delle serrande:
fugge
il notturno sospirando,
s’alza
l’alta febbre
del
fare.
Da Discorso alle Acciaierie di Terni
10 febbraio 1978( 30 anni della Costituzione)
(dattiloscritto)
Credo
che sia la prima volta nella storia d’Italia che un presidente della Camera dei
deputati, su invito del Consiglio di fabbrica, viene a parlare della
Coatituzione della Repubblica dentro il grande capannone di un complesso
siderurgico. (…)
Credo ci sia una ragione di questa
innovazione. Io parlo a gente non lontana dalla Carta costituzionale, non
estranea, parlo a gente che sta alla radice delle norme solenni scritte in
quella Carta; parlo a “fondatori”, a “costituenti” (…)
In
questo legame profondo tra le parole, le norme della Costituzione e le masse operaie
del nostro paese, riconosciuto da ogni storico serio, si esprime un fatto
ancora più profondo, un travaglio, un
csmmino che ha visto via via il mondo operaio, più in generale il mondo del
lavoro prendere nelle proprie mani, sempre con maggiore consapevolezza e
portare avanti la rivendicazione, la bandiera della libertà, dei diritti
civili, dello sviluppo del regime democratico(…)
La
Costituzione ha parlato di una libertà che doveva essere costruita, ha detto
che per votare e pensare bisognava che l’operaio potesse partecipare al sapere,
alla cultura, all’istruzione e che la scuola fosse aperta a lui. (…)
Domandava
perciò grandi riforme strutturali, non si fermava solo a vedere come doveva
essere organizzato lo Stato e il Parlamento e le leggi elettorali, ma voleva
che lo Stato mettesse l’occhio nel modo in cui
era organizzata la produzione e
domandava perciò –ecco la grande novità – una programmazione, una capacità
dello Stato repubblicano di saper realizzare l’uso sociale della proprietà, ma contemporaneamente domandava
che questo diritto di proprietà non venisse usato contro l’interesse generale.
(…)
Erano
solo promesse, parole al vento? No, è stato importante che quelle parole
fossero state scritte, ricordatevi che furono importanti anche quando non
furono realizzate, anche quando venivano calpestate (…) consentì a voi di dire
a chi faceva il sopruso: la Costituzione sta dalla mia parte (…) non
dimentichiamo che abbiamo potuto dare vita a quella carta importante
rappresentata dallo Statuto dei lavoratori, che ha accompagnato tante lotte vostre ed ha dato il quadro in cui lo
stesso consiglio di fabbrica poteva realizzarsi, perché abbiamo potuto dire che
era concorde alla legge fondamentale dello Stato. (…)
Questa
maturità della classe operaia la intendano coloro che hanno le levi
fondamentali del grande padronato e ciò non deve consentire a nessuno libertà
di licenziare come e quando vuole (…) Mai di fronte a questa storia e a questo
passato, di fronte a questa classe operaia può essere consentito che vengano
compiuti atti arroganti e unilaterali. Non c’è uno solo in questo paese che
possa pensare di decidere da solo, dall’alto, queste questioni e comandare
dicendo:io faccio così. Questo potrebbe produrre solo lacerazioni difficili e
allora pagherebbe tutta l’economia.
Noi ci
auguriamo che forze responsabili comprendano come non sia possibile discutere
ciò che deve essere discusso, risanare ciò che deve essere risanato –e noi
vogliamo che sia risanato- senza tenere conto della volontà, dei diritti, del
dialogo necessario, del metodo che domanda la classe operaia. (…)
Ho
tenuto questa assemblea in un capannone e se la paragono non solo fisicamente,
all’assemblea cui partecipo a Montecitorio, seduto sul mio seggio,come sono
diverse, l’aria, i volti, le esperienze! Forse abbiamo bisogno tutti di intrecciare queste assemblee, ne abbiamo
bisogno noi che stiamo là per ascoltarvi, per capire cosa volete voi che siete
presidio della democrazia, per non restare lontani, isolati. (…)
Io
domando che noi dialoghiamo, convitnto che non che mi verrete a portare
soltanto la vostra protesta. Penso ad un dialogo in cui si possa discutere
insieme problemi gravi, difficili e complicati. Voi mi raccontate delle vostre
difficoltà e dei vostri problemi ed anch’io vorrei raccontarvi delle mie
difficoltà, dei miei problemi a far funzionare in modo moderno e nuovo questo
Parlamento e questo Stato.
Le persone e gli esuberi
L’Unità 16 novembre 1990
Gli
esuberi (questa è la parola usata) alla Olivetti sono quattromila. Gli
esuberi<: cioè quelli o quelle che all’Olivetti dovranno lasciare il lavoro.
Gli esuberi: cioè le quantità esuberanti. Quelli che devono lasciare il lavoro
sono quantità esuberante. A
conoscerli direttamente quelli che devono lasciare il lavoro sono – a seconda
dei casi – biondi o bruni, irosi o calmi, alti, bassi. Si chiamano Giulio,
Antonio, Luisa, Marco, Giovanna. Un giorno, un mattino, improvvisamente essi
diventano “esuberi”.
Questi
Giulio, Luisa, Marco sono non soltanto alti o biondi o bruni; sono anche una
determinata capacità lavorativa e- all’Olivetti –un sapere molto qualificato:un
sapere umano, fatto di mente, occhio, mano, tecnica, memoria, emozione,
volontà. Un mattino si svegliano e si trovano quantità. L’ingegnere dice non dipende da me: Essi sono un
“esubero”. La sorte che tocca a Giulio, Antonio, Luisa sta fuori di loro
stessi: li trascende.
Altri
dicono invece: c’è stata nell’azienda uno sbaglio di strategia. Se è così, uno
sbaglio di strategia dell’azienda porta esseri umani ad alta qualifica
lavorativa a diventare degli esuberi.
Altri
invece dice che la causa è il “mercato”. Se è così, la fonte che rende esuberi
è ancora più lontana, spostata fuori, indifferente alla sorte di Giulio, Luisa,
Antonio. E Giulio, Luisa, Antonio non hanno nemmeno la possibilità di
prendersela con qualcuno, perché gli rispondono: è la congiuntura, o la fase di
recessione.
Si
potrebbe dire che Giulio, Luisa, Antonio, di fronte alla congiuntura e
all’azienda dell’Ingegnere diventano
“cosa”. Qualcuno, esterno a loro, li riduce a “cosa”. (…)
Non è
così semplice apprendere da un giorno all’altro che uno è cosa, quantità,
numero. Al mattino gli uomini quando si fanno la barba si guardano allo
specchio. Cercano di scrutare il proprio viso. E’ una storia curiosa questa di
farsi la barba:uno guarda la sua faccia. Io mi faccio male la barba:quasi tutte
le volte. Mi restano sempre dei peli non rasati, perché mi distraggo a guardare
nello specchio me stesso, domandandomi: che razza di tipo sono?
Temo
che alcuni di quei prepensionati –almeno per un po’ di tempo- si faranno male
la barba. Essi che si sono sentiti esuberi, si guarderanno negli occhi. E
quindi alcuni peli, distrattamente, non verranno rasati. Quello che provano le
donne, diventando esuberi, e non facendosi la barba, lo possono raccontare solo
loro. Ma alcuni pensieri – proprio di loro: donne che tornano a casa – qualcuno
può anche immaginarli.
Io
potrei invece raccontare delle testimonianze di “cassintegrati” Fiat degli anno
Ottanta, che ho letto ed ho presentato in un libro. Il fatto che più colpiva,
leggendo quelle testimonianze, era il tentativo angoscioso di restare
aggrappati alla fabbrica. Eppure la Fiat non era dolce. Era per bisogno di
lavoro? Sì. Ma mi sembra non solo per
bisogno di pane: anche – e parecchio- per sentirsi parte di un fare e un sapere
collettivo. Anche dopo, essendo in Cig (cassa integrazione guadagni), volevano
restare insieme. Sembravano avere una paura folle di disperdersi: più
esattamente di frantumarsi.
Esuberi.
Cig. Che strano vocabolario. Non già Giulio, Antonio, Luisa, Laura: esuberi,
Cig. (…) Non posso lamentarmi: Io posso firmare questo articolo con il mio
nome.
Da La civiltà dell’indifferenza
In
<<Legenda>> n.b., 1991,Il
nuovo egoismo
Chi si vergogna nel nostro tempo di vincere sull’altro?
Nessuno. Basta si vinca. La motivazione è la vittoria stessa.
Prima
la vittoria e la sua celebrazione richiedevano una “missione”: Oggi la missione
decisiva è la vittoria.
Tre
quarti ma forse più) delle immagini che
sfilano sui milioni di video che illuminano le nostre case, celebrano
l’esclusione dell’ “altro”, la sua sconfitta, il suo abbattimento, e quindi la
sua “debolezza”, la sua coerente messa in ginocchio:dimostrata dal fatto
che essa avviene.
Mai
come in questo tempo, gli “sconfitti”
non hanno buona stampa. E poiché mai come in questo tempo tutto, o
tanto, è “desacralizzato”, gli sconfitti non possono alludere nemmeno ad un
domani, “giustificarsi” per un domani, o per un altro principio. Che cosa c’è
di più “egoistico” che negare non solo il presente, ma anche l’avvenire a un
altro possibile punto di vista? (…)
E
tuttavia c’è stata, nel corso di questo secolo, una grande controtendenza. Si è
prodotta essenzialmente nel cuore dell’Europa. E’ sgorgata dal movimento
operaio ma ha coinvolto soggettività e strati sociali assai più larghi. Il
luogo simbolico è stata la fabbrica. Là veniva constata e sperimentata una
“condizione insieme” che al culmine di un
ciclo – il ciclo dell’industrialismo fordista- ha trovato il suo emblema
(senza dubbio semplificante e semplificato)
nell’operaio-massa. Da questa controtendenza è scaturito un nuovo
vocabolario (“compagno”, “classe”, “solidarietà”) che affermava una comunanza
addirittura “oggettiva” supponeva il
superamento dell’egoismo. Si vinceva o si moriva insieme: questa è stata la
legenda. Lascio da parte le epifanie annunciate, i finalismi, la Storia con la
“S” maiuscola. Sottolineo che si è prodotto nel Novecento un “agire collettivo”
più compatto anche dei moti nazionali del secolo precedente, e più
universalistico (…) E le forme stesse delle relazioni prendevano altri nomi: lo
Stato sociale, o ( in Italia) la
Repubblica “fondata sul lavoro” (…)
Naturalmente
per questo trionfo dell’egoismo moderno bisognava disgregare le forme di
vincolo sociale sperimentate nel secolo. La sconfitta pronosticata e disastrosa
dello statalismo collettivista non bastava. Bisognava disaggregare l’individuo
stesso: non solo offuscarne l’identità sociale,
ma scomporlo nei suoi bisogni e desideri:disarticolarlo in “funzioni”,
dilatarlo fino a stemperarlo nell’infinita moltiplicazione dei consumi e dei
premi: perché non gli capitasse di scoprire la sua povera solitudine (il
trionfo “sull’altro” lascia soli …) (…)
C’è infine un egoismo che rinverdisce. E’
“premoderno”: ma oggi raggiunge una nuova dimensione. Lo chiamerei l’egoismo di
civiltà che è cosa diversa da razzismo, ma di solito resta più sottile, se
vogliamo dire : più puro.
Dispiace
di ripetermi. Ma è l’”egoismo” degli invasori occidentali che hanno invaso,
depredato, saccheggiato terre e popoli dell’Asia, del’Africa, delle tre
Americhe (hanno persino messo in catene,
ridotti a schiavitù esseri umani) e poi li hanno dissanguati attraverso il
debito, o li usano come prezioso mercato di mano d’opera a basso costo
salariale e sociale. E oggi gli invasori alzano torri, scolte, recinti perché
gli invasi tentano di approdare alle loro terre. (…)
C’è
un’obiezione forte al ragionamento svolto finora. Sta nel fatto che in questi
ultimi anni viene mutando qualcosa nella lingua e quindi nel modo di intendere
le relazioni tra popoli ed esseri umani: E’ di questi tempi un vocabolo prima
inesistente o impraticato:
interdipendenza. Si vengono scoprendo le connessioni per cui la rovina
dell’”altro” può essere la rovina di se stessi. Ciò cambia la nozione di
guerra. E obbliga o spinge a un limite nel conflitto. (…)
Dunque
interdipendenza. Ma ci sono molti modi di essere e di vivere l’interdipendenza.
C’è squilibrio pur nell’interdipendenza. E allora con quale gerarchia di
soggetti e di poteri? E c’è pari dignità? Gestita come? Gestita da chi? (…)
interdipendenza non è ancora e può non
essere fine della dipendenza. Anche il servo
condiziona il padrone: Lo abbiamo letto nei grandi testi dell’idealismo
dell’Ottocento. Ma resta servo.
E’
vero. Oggi parliamo di un altro condizionamento reciproco che chiama a fare i
conti con l’altro, a riconoscerne l’autonomia. Ma la conseguenza è ancora da
trarre. Non basta dire che la guerra non è più lo strumento; e nemmeno questo è
detto. Anzi: Bisogna riconoscere che c’è un valore negli “sconfitti” e che la “debolezza” ha qualcosa
di essenziale da dire.
Queste
sommarie note riguardano l’egoismo fra gli umani. C’è poi l’egoismo degli
uomini verso il resto del mondo vivente. E qui il lessico di cui mi servo è
ingannevole e fallisce. Il resto del mondo vivente è ancora alludere a un fatto residuale. E’ ancora l’illusione dell’uomo signore. Il resto vuol dire che c’è un centro e un’appendice: quasi un mero
spazio per il dominio.
Questo
è il vocabolario che ho imparato, e comincio appena a comprendere quanto sia
sciocco e protervo.
Eppure
già due secoli fa Leopardi aveva parlato dell’ “antica natura onnipossente che
mi fece all’affanno”. Il Leopardi nichilista e materialista: quanto egli era
più prossimo alla sostanza, che non la nostra etica del successo, senza mai una
ruga, lucidata sempre all’ambra solare…

