C’è un modo, il più diffuso, di guardare al potere, che lo gonfia, lo ingrandisce, si riempie della sua pienezza e gode della sua solarità: è lo sguardo di chi ne è accecato anche quando lo contesta, e ossessionato anche quando lo combatte. E c’è un altro modo, che invece lo svuota, lo scarnifica, ne vede il limite interno, la fragilità costitutiva, l’impotenza che lo tarla: è lo sguardo di chi non se ne lascia più ossessionare né abbagliare.
Dopo averci mostrato, nel Caimano, il delirio di onnipotenza di un politico per caso che si crede unto dal Signore, Nanni Moretti ci mostra oggi la depressione impotente del cardinale Melville che di fronte alla chiamata divina si sottrae e dice: non posso, non ce la faccio, non sono io.
Lo sguardo cambia, l’oggetto resta lo stesso. Non inganni infatti lo spostamento oltretevere della cinepresa: Habemus Papam non è un film sulla Chiesa, o lo è solo nella misura in cui quella del papa è la figura più compiuta di chi sta in alto, potere e autorità insieme, investitura umana e divina: di più non si può, eppure è proprio a quell’altezza, in quel vertice, che il potere può collassare.


